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Mons.Gianfranco Ravasi - Sabato 15 maggio 2010 alle 21.00 nel Duomo di Torino in occasione dell’ostensione della Sacra Sindone.

 
DOLORE DI CRISTO, DOLORE DELL’UOMO
 
L’11 febbraio di 25 anni fa Giovanni Paolo II pubblicava la Lettera Apostolica Salvifici Doloris, contenente una vasta e appassionata trattazione di uno dei temi più laceranti dell’esperienza umana, quello della sofferenza. I 31 paragrafi di quel documento erano intessuti di rimandi alla Bibbia «il libro della storia dell’uomo» e quindi «il grande libro sul dolore», delineato in tutte le sue iridescenze oscure ma anche nei suoi squarci di luce e di speranza. Noi ora vorremmo soffermarci solo su alcuni profili di questo orizzonte, tenendo davanti agli occhi quel grande segno del dolore di Cristo, emblema di ogni dolore umano, che è la Sindone.
Certo, come affermava Thomas S. Eliot nei suoi Quattro quartetti, «people change, and smile: but the agony abides», la gente cambia, riesce a sorridere, ma l’agonia-lotta della sofferenza permane. Essa è simile a una roccia contro la quale è facile anche sfracellarsi. Georg Büchner, uno dei più intensi scrittori dell’Ottocento tedesco, nel suo dramma La morte di Danton (1835) si chiedeva: “ Perché soffro?”.
E concludeva: “Questa è la roccia dell’ateismo”. Uno degli approdi estremi a cui può condurre l’esperienza del dolore, soprattutto del dolore innocente, è appunto quello della ribellione, dell’apostasia, del rifiuto di Dio e dell’uomo. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov ove Dostoevskij s’interroga: “Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? E’ del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza”?
 
Una roccia da scalare
 
Per millenni l’umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l’antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del ‘papiro di Berlino 3024’ (2200 a.C.), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia.
L’accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall’attacco dell’ ‘ateismo’ che fa leva proprio sul dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (c.13): “Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?”.
E’ proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella regione tenebrosa della sofferenza personale che si confrontano le religioni e gli agnosticismi.

Emblematica è l’affermazione del pensatore ateo francese Jean Cotureau: “Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male”. E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante...

 

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